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Simson (commissaria Ue): «Il nucleare? Una via per tagliare la CO2, ogni Paese decida»

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Kadri Simson, 44 anni, estone, a Bruxelles a coprire una funzione strategica: commissario Ue per l’Energia, proprio quando l’Unione punta a ridurre drasticamente le emissioni nette di CO2 in dieci anni e azzerarle fra trenta. In Italia il suo pari grado è il ministro Roberto Cingolani, al centro di una polemica per aver dichiarato che per abbattere le emissioni fossili bisogna tenere aperta la possibilità di un mix di fonti alternative.
Cingolani, precisando che l’Italia non lo propone, nota che una decina di Paesi europei si affidano anche al nucleare per abbattere la CO2. Possono farlo?
«Tocca a ciascun Paese decidere come ridurre le emissioni — risponde Simson —. La Francia ha annunciato che continuerà a usare l’energia nucleare anche dopo il 2050. È nel suo diritto. Ogni Paese può decidere il suo mix di fonti. Tutti i governi si sono impegnati a arrivare a essere neutri dal punto di vista delle emissioni nette. Ma i modi sono diversi».

Anche il nucleare può essere parte del mix?
«In base alla nostra strategia di lungo periodo, il nucleare coprirà circa 15% del consumo finale europeo dopo il 2050. Non emette CO2 e gli Stati membri che hanno centrali programmano di usarle o di costruirne di nuove».
Si studiano nuove centrali piccole come container, di quarta generazione e dieci Paesi europei hanno manifestato interesse. Potrebbero servire?
«È una soluzione che non abbiamo ancora visto nella realtà. Vengono chiamati piccoli reattori modulari. Hanno il vantaggio che si costruiscono più in fretta dei reattori attuali».

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Quei minireattori andrebbero sottoterra?
«In gran parte il vantaggio di questa soluzione è che non richiede l’uso di molto territorio. Ma il problema principale sono le scorie. Noi della Commissione controlliamo che tutte le centrali nucleari applichino gli standard di sicurezza più elevati: le scorie vanno gestite in modo da non causare nessun danno significativo. E ci sono ottimi esempi nei Paesi nordici, per esempio in Svezia e Finlandia: stanno costruendo nuovi depositi molto in profondità nel sottosuolo di granito, che aiutano a immagazzinare le scorie nucleari per periodi di oltre diecimila anni».
Alcuni Paesi in futuro potrebbero accogliere le scorie di altri?
«Non credo, ma bisogna tenere presente che ogni Stato membro dell’Unione immagazzina già le proprie scorie nucleari, anche se non ha centrali nucleari. Tutti i Paesi europei usano il nucleare per scopi medici. Dunque tutti devono smaltire le scorie già adesso. E lo fanno».

Non ci sarà squilibrio competitivo fra i Paesi che abbattono le emissioni con il nucleare e quelli che lo fanno con le rinnovabili, che costano di più?
«L’energia pulita non è più costosa, al contrario. L’anno scorso abbiamo visto che l’energia più economica veniva dagli impianti solari del Portogallo. La sfida di rinnovabili come il solare o il vento è che la produzione non è stabile. Bisogna risolvere il problema dell’immagazzinamento e investire molto nelle reti perché, per esempio, le reti di turbine eoliche offshore si trovano in luoghi in cui non esiste rete. Ma l’Unione europea può aiutare gli Stati membri a costruire le reti, perché un mercato europeo ben connesso può avere più rinnovabili».
La Ue sta finanziando con molti miliardi anche un progetto di fusione nucleare sperimentale sempre per azzerare la CO2. Di che si tratta?
«È Iter, un progetto in cooperazione con Cina, Russia, Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti. L’obiettivo è creare un plasma di fusione con enorme potenza. Sarebbe come avere l’energia del Sole sulla Terra, nucleare ma senza scorie. La data attuale prevista per il lancio è il 2035, anche se è stato rinviato già varie volte. Teoricamente in volumi molto piccoli funziona. Ora va trovato il modo di renderlo commerciale».

Source

“https://www.corriere.it/economia/finanza/21_settembre_05/02-economia-111corriere-web-sezioni-3c7d2c20-0e0d-11ec-90a7-94fb0e4dd84c.shtml”
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