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Nozze gay, nemmeno Adriano Sofri riesce a sostenerle con ragionevolezza

Adriano SofriCome dicevamo pochi giorni fa, dopo il referendum irlandese siamo costretti a sorbirci la prevedibile retorica degli epigoni di Mario Mieli, da Massimo Gramellini a Ferdinando Camon. Tra i primi a prendere la parola in Italia è stato Adriano Sofri, l’unico che ha saputo organizzare un discorso nonostante tutto sensato: il suo articolo su Repubblica è tuttavia colmo di classici luoghi comuni a sostegno del matrimonio omosessuale, per questo ci sembra utile offrire a lui e ai lettori una risposta.

Premettiamo che il giornalista di Repubblica parla di morale e di diritti dopo aver passato 22 anni di carcere per essere stato il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi e uno dei responsabili del linciaggio mediatico contro di lui che ha incendiato l’opinione pubblica, umiliando Calabresi prima che venisse assassinato. Certo, le persone cambiano, Sofri ha pagato, ha chiesto perdono e ha ammesso le sue colpe, tuttavia bisognerebbe avere un po’ di prudenza prima di pontificare su argomenti morali, sopratutto guardando la propria biografia.

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L’ex leader di Lotta Continua ha iniziato il suo articolo con il primo argomento, quello del “che male vi fa”: «C’è una differenza fra un valore perseguito per sé che si vuole imporre anche ad altri contro la loro volontà, e un valore cercato per sé che non tocca la libertà degli altri. Chi creda al matrimonio come un sacramento valido solo per la coppia di donna e uomo, resta libero di celebrarlo e viverlo, e non ha una vera ragione di sentirlo offeso dal fatto che altri abbiano scelto di dichiararsi ed essere riconosciuti sposati». Una tesi vecchia che si fa risorgere puntualmente, eppure già gli antichi greci sapevano che ogni legge ha una funzione pedagogica (fa costume, si dice) che va a modificare la società, con effetti anche verso chi è contrario ad essa. La ridefinizione del matrimonio (possibile soltanto modificando la Costituzione) va direttamente a minare le sue fondamenta essendo un’istituzione riconosciuta (nemmeno istituita!), come recita l’art. 29 della Costituzione, per stabilizzare la “famiglia naturale” in vista dell’arrivo dei figli (matrimonio deriva da matris, madre). Ecco cosa toglie il matrimonio omosessuale, come abbiamo già segnalato: toglie il significato e il fondamento giuridico del matrimonio e, dunque, la stabilità (non soltanto giuridica) della famiglia, che è anche quella intesa costituzionalmente.

Inoltre bisognerebbe ricordare a Sofri che se l’argomento pietistico del “che male vi fa?” fosse valido per permettere a chi vuole di sposarsi, allora bisognerebbe utilizzarlo anche per le coppie incestuose. Che male fanno agli altri? E che male fa, a chi non è d’accordo, ampliare il numero dei coniugi a 8, 29 o 35? Anche i gruppi poligamici, infatti, avrebbero diritto alle nozze se è valido l’argomento del “che male fa?”. Per non parlare di due semplici amici che vogliono beneficiare dei diritti del matrimonio, che male vi fanno se sono solamente amici? Ecco dunque una delle tante conseguenze della perdita giuridica dei fondamenti del matrimonio.

Il secondo argomento di Sofri è invocare un referendum anche in Italia, convinto che «senz’altro la “società civile” italiana è più avanzata della Chiesa cattolica», mentre quest’ultima è più avanzata nel «sentimento e nel trattamento nei confronti degli stranieri. La soluzione di compromesso sembrerebbe quella di stare con il papa sui migranti, contro sul matrimonio fra persone dello stesso sesso, con la libertà ultima di ciascuna donna sull’aborto, e così via». Come già detto, l’ex militante di Lotta continua non sembra la persona più indicata per spiegare all’Italia dove la Chiesa cattolica è moralmente avanzata o arretrata, inoltre, dichiarandosi ateo, dovrebbe prima giustificare l’origine del suo concetto di “bene”, “male” e “avanzato” (rispetto a cosa? Rispetto a quale assoluto?), impossibile in un paradigma relativista. In ogni caso, secondo una recente indagine, gli italiani sono maggiormente contrari alle unioni civili, figuriamoci al matrimonio omosessuale.

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Il terzo e ultimo argomento di Adriano Sofri è cercare di confutare la posizione di chi è contrario al matrimonio gay, affermando che «a qualunque sesso e sessualità si appartenga si è favorevoli -cioè non ci si oppone- al matrimonio fra due persone perché si riconosce la bellezza e la serietà del loro reciproco desiderio. Ma il matrimonio, obiettano ancora i portavoce autorevoli dell’ortodossia cattolica, dipende dalla sua “naturale” destinazione generativa, inibita per sempre alla coppia omosessuale: se così fosse, daremmo per fallito e maledetto il matrimonio eterosessuale infecondo». Per quanto riguarda la prima affermazione, se la bellezza e la serietà della coppia sono i criteri per accettare il matrimonio di chiunque lo richieda, ritorna la solita obiezione: con quale giustificazione, allora, negarlo a un padre e un figlio amanti? O ad una madre e suo figlio? O alla nonna con il nipote? E con quale argomentazione discriminatoria, se si resta sul piano di Sofri, permettere il matrimonio a due sole persone? Forse cinque amanti desiderosi di sposarsi non sono belli e seri, secondo i criteri utilizzati da Sofri?

Infine, cade anche l’obiezione che le coppie sterili eterosessuali dimostrerebbero che il matrimonio non è istituito ai fini della genitorialità: come abbiamo già rilevato, mentre le relazioni omosessuali sono essenzialmente sterili, alcuni rapporti eterosessuali sono solo accidentalmente sterili a causa di una patologia, un’eccezione alla regola. Le coppie eterosessuali sterili rimangono potenzialmente procreative, al contrario delle coppie omosessuali: ecco perché la patologia di alcune coppie eterosessuali non può pregiudicare in alcun modo il significato del matrimonio contratto nella normalità e nella sanità fisica dei due coniugi.

Ancora una volta verifichiamo che non esiste alcuna tesi ragionevole a sostegno del matrimonio omosessuale, proprio per questo le associazioni Lgbt puntano quasi solamente su argomentazioni sentimentalistiche come “loveislove” e “viva l’uguaglianza”, senza mai entrare nel merito dei loro convincimenti. Legittimo ma inefficace verso chi riesce ancora a ragionare autonomamente senza accodarsi al pensiero comune.

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